La busta

Alessandro e Giulia erano tornati a casa. I festeggiamenti per il loro matrimonio erano durati a lungo, ma ormai erano nel loro nido d’amore, da soli.  I due novelli sposi non volevano togliersi i vestiti di dosso e godersi la loro prima notte di nozze come tanti altri sposini di questo mondo. Loro due volevano contare i soldi delle buste. Il loro tesssorrooo! Quanto avranno ricevuto? Sarebbero bastati per finire di pagare i mobili e gli altri debiti che avevano contratto per avere quella cerimonia così sfarzosa che nessun altro prima di loro aveva mai avuto? Cavalli bianchi, carrozza, rinfresco davanti alla chiesa, abiti da favola, venti pietanze, oltre a mega-aperitivo, gran buffet di dolci e torta a dieci piani, camere di lusso per gli ospiti venuti da lontano, e tanto, tanto altro.

Presero la scatola in cui avevano messo tutte quelle buste piene di soldi e cominciarono a scartarle. Alessandro aveva aperto un file di Excel per prendere appunti e scrivere i nomi e le somme ricevute. Perché i soldi delle buste, si sa, sono soldi prestati. Prima o poi qualcuno avrebbe ricambiato l’invito e avrebbero dovuto mettere nella busta almeno la stessa cifra che avevano ricevuto. Altrimenti avrebbero fatto brutta figura!

Cinquanta buste. C’era chi aveva messo solo cento euro, ma era venuto da solo, perciò ci poteva stare. C’era chi ne aveva messi cinquecento, ma erano parenti strettissimi ed erano venuti in tre. E c’era anche chi aveva messo addirittura settecento euro. Settecento euro! Bisognava evidenziare quella cifra…

Quarantanove buste tutte piene di contanti. Erano cinquanta, però. Infatti, tutte, tranne una, contenevano contanti. In quell’unica busta, diversa da tutte le altre, non c’erano contanti, ma un assegno.

Un assegno? Ma chi l’avrà mai messo?

“E che cazzo! La tua testimone ci ha dato un assegno. Dovremo andare in banca a versarlo, ma almeno ci ha regalato cinquecento euro ed è venuta solo insieme al marito, quel grande imprenditore! Quello che paga tutti fino all’ultimo centesimo…” disse Alessandro, infastidito, ma fiducioso.

Alessandro e Giulia, sfiniti, tirarono le somme. Ce l’avevano fatta. Non appena avessero versato l’assegno, avrebbero raggiunto la somma per coprire tutte le spese per il loro matrimonio da mille e una notte. Potevano andare a letto tranquilli ormai, a fare quello che normalmente tutti fanno la prima notte di nozze.

Il giorno dopo andarono subito in banca a versare quell’unico assegno… quello che, però, non andò a buon fine, perché la testimone della sposa e suo marito non avevano nemmeno un euro in banca.

“Pronto Elena? Mi è successa una cosa spiacevole. Il tuo assegno, quello che mi hai messo per la busta per il matrimonio… la banca mi ha chiamata e mi ha detto che è scoperto. Puoi verificare?”

“Tututututututututututututu…”

“Che strano! è caduta la linea. Provo a richiamare”

“Il telefono della persona da lei chiamata potrebbe essere spento o non raggiungibile”.

 

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18. Non è colpa mia

 A.D.R.*: Ero ferma lì nell’angolo. Stavo semplicemente osservando quello che stava accadendo. Urlavano, si insultavano, facevano l’amore, poi urlavano e si insultavano di nuovo. Se ne fregavano di me, sapevano che io ero lì, in quella stanza, ma facevano finta che io non ci fossi. Nessuno dei due mi rivolgeva la parola. Era come se io fossi invisibile ai loro occhi. Sembravano due matti. Anzi, lo sono di sicuro, anche se non si rendono conto di esserlo.

A.D.R.: Be’, poi si sono addormentati, sfiniti da quel turbinio di emozioni e di corpi intrecciati.

A.D.R.: Alle prime luci dell’alba, sento dei movimenti. È lei. Si è svegliata per prima. Va in bagno, si guarda allo specchio. Delle lacrime cominciano a segnarle il viso, mentre non riesce a smettere di singhiozzare. Sento lo scrosciare della sua urina che scende nel sanitario. Si libera la vescica anche se io sono in una posizione tale da poterla guardare e sentire mentre lo fa. Non prova alcuna vergogna o senso di disagio.

A.D.R.: Lui sta ancora dormendo. Sembra sfinito. Proprio sfinito. Chiunque lo sarebbe stato dopo una nottata come quella. È lì, immobile, senza alcuna consapevolezza di quello che sta accadendo e sta per accadere.

A.D.R.: Non sente niente, non la sente quando esce dal bagno e procede con passi lenti e senza fare alcun minimo rumore verso di me, nell’angolo. Mi afferra con forza e mi mette a un millimetro dalla fronte di lui. Oddio, ho pensato, sta per farlo. Sta per usarmi contro di lui, mentre sta dormendo. Io non voglio farlo!  Sì, sono dei matti, ma nessuno dei due si merita quello che io posso far loro. D’altronde, io non ho colpe, sono nelle mani di chi mi usa. E purtroppo vengo usata spesso.

A.D.R.: Mi mette a pochi millimetri dalla fronte di lui e poi mi preme nella mia parte più sensibile: il grilletto. Ho sparato io, ma non è colpa mia, signor commissario.

Firmato

La Pistola

*A.D.R.: “A domanda risponde”. È l’acronimo usato nei verbali della polizia giudiziaria, per indicare che l’interrogato ha risposto a una domanda, anche se questa domanda non viene riportata espressamente nel testo.

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17. Vendetta, tremenda vendetta!

A volte quando subiamo un torto, la prima cosa che viene in mente ad alcuni di noi è quella di fargliela pagare, a quegli stronzi che ci hanno fatto del male ferendoci, augurando loro tutto il male di questo mondo. E a seguire tutta una serie di improperi e insulti, accompagnati da odio, cattiveria e forse anche violenza. Così facendo, però, non ci rendiamo conto che, covando odio, ci dimentichiamo che è come se stessimo scavando due tombe, la nostra e quella dei nostri nemici. Persino se ci mettessimo sulla sponda del fiume ad attendere il passaggio dei loro cadaveri, non faremmo altro che nutrire quel risentimento che ci consumerebbe dall’interno, continuando a permettere a chi ci ha fatto del male e a noi stessi di continuare a farcene, e dimenticandoci della cosa più importante, che è vivere, vivere bene. “Vivere bene è la migliore delle vendette, ma poi ti dimentichi della vendetta non fai altro che vivere bene”. Così ha detto una certa Yvonne Dolan.  Dopo aver subito un sacco di violenze nella sua vita, si è rimboccata le maniche fino a diventare un’affermata psicoterapeuta, sicura del fatto che, se avesse rivisto le persone che le avevano fatto tanto male, avrebbe semplicemente fatto loro un gesto inequivocabile, con la mano destra che si sarebbe appoggiata all’interno del braccio sinistro, all’altezza del gomito, che a sua volta si sarebbe piegato verso l’alto. Poi avrebbe aggiunto, sorridendo: “La miglior vendetta è vivere felici!”

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16. La prova d’amore

Hai presente quando ti viene quella voglia irrefrenabile di qualcosa di buono, magari di dolce, ma sai che non potresti mangiarlo, perché, dài, diciamocelo, ormai hai una certa età, la pancetta, e forse un inizio di diabete…

Eh sì, quel cannolo siciliano ti porterebbe a un passo dal coma diabetico. Però non resisti proprio. Ti metti in macchina e parti, guidato solo da quella voglia irrefrenabile di dolce…

Arrivi al bancone e ti vengono i sensi di colpa… ma anche no, dài. Perciò fai semplicemente un cenno con gli occhi alla commessa; e lei capisce, senza bisogno di parola alcuna, che vuoi quel cannolo appena farcito dalle abili mani del pasticcere. Te lo incarta, paghi ed esci dal locale.

Adesso è tuo, puoi mangiarlo. Ma no, dài, magari aspetta di tornare a casa. Mica potrai mangiarlo appena varcata la porta del bar? E perché no? Non faresti nulla di male. Nessuno potrebbe avere qualcosa da ridire, no?

E invece sì, forse qualcuno ci sarebbe… perché lo sai che potresti condividere il cannolo con la donna che ti ama e che in questo momento sta lavorando, ignara della tua voglia irresistibile di dolce.

Perciò ti fermi, rientri nel locale con il tuo bel sacchettino ancora intonso e fai un altro cenno alla commessa: te ne dà un altro, lo paghi ed esci dal locale, ancora una volta.

Stranamente resisti. Resisti alla voglia di mangiarteli tutti e due. E torni a casa, ad aspettare che lei ritorni. Quando lei ritorna, ti trova ad aspettarla con uno strano sorriso.

Il tuo sorriso è così contagioso che si mette a sorridere pure lei, dimenticandosi di tutto il lavoro che ha fatto, della stanchezza, del caldo. Poi ti guarda e ti chiede: “Cos’hai combinato per essere così sorridente?”
“Niente”, rispondi tu senza smettere di sorridere.
Lei non ti crede e corre verso il frigorifero.
Li trova lì ad aspettare: i cannoli, pieni di crema alla ricotta e decorati con pistacchi, cioccolata e frutta candita.

Sei riuscito a resistere alla voglia irresistibile che avevi, ne sei davvero orgoglioso. Lei è felice di questo e ti perdona per il fatto che anche tu, che hai una certa età, un po’ di pancetta e un inizio di diabete, lo mangerai… ma lo farai insieme a lei. L’hai aspettata.

Se questa non è una prova d’amore, allora cos’altro potrà mai esserlo?

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14. Il re del nulla

C’era una volta il re del nulla.

Tutto intorno a lui non c’era nulla.

Tutto il giorno non faceva nulla.

Nel suo regno non c’era nessuno.

Non amava nessuno.

Non era amato da nessuno.

Era come se fosse stato disegnato solo lui, con la sua corona, ma senza nulla intorno. Viveva in uno sfondo bianco infinito.

Quando si svegliava rimaneva immobile, ovviamente senza fare nulla, e poiché non faceva nulla, alla fine si annoiava e si riaddormentava. Per poi ricominciare ogni volta allo stesso identico modo.

Credeva di essere un re, perché portava alla testa una corona d’oro massiccio con tante pietre preziose. Era vestito del vestito più elegante che ognuno di noi potesse immaginare, e siccome non c’era nulla da fare o nulla che lo sporcasse, rimaneva sempre pulito. Non mangiava nulla, ma non aveva fame per nulla.

Poi un giorno si rese conto che, anche se credeva di essere un re, alla fine se intorno a lui non c’era nessuno e nulla, anche lui non era nessuno e nulla. Perciò si mise a camminare per cercare il confine del nulla in cui viveva.

Camminò per giorni e notti, ma intorno a lui c’era sempre quello: il nulla.

Non ricordava quando tutto era cominciato. Non ricordava nulla. Non ricordava nemmeno se fosse mai stato diverso da come l’avevano disegnato.

Ma chi lo aveva disegnato?

E perché non gli aveva dato uno scopo?

Cosa poteva o doveva fare nel regno del nulla?

Queste furono le domande che lo portarono a un’illuminazione:

“Forse il mio scopo è quello di cercare uno scopo. Forse sono io che devo dare un senso a questo nulla”.

E allora si mise a disegnare. Disegnò tuttò quello che gli veniva in mente, anche se non l’aveva mai visto prima.

Disegnò una donna. Cominciò a parlarle. Se ne innamorò. Le parlò così tanto fino a quando la donna non divenne in carne e ossa, come lui. Insieme a lei disegnarono paesaggi e ambienti, cose e persone.

Crearono tutto insieme.

E fu così che il re del nulla divenne il re del tutto.

Tutto intorno a lui  c’era tutto quello che aveva immaginato.

Tutto il giorno faceva tutto quello che gli piaceva e lo faceva stare bene.

Nel suo regno c’erano tantissime persone che vivevano in armonia tra loro.

Amava tutti.

Tutti lo amavano.

Finché chi lo aveva disegnato non si accorse che il suo disegno aveva preso vita. E allora cominciò a porre degli ostacoli sul suo cammino. Il re del tutto li affrontò, a volte si scoraggiò, ma fece sempre del suo meglio. Sempre. Perché aveva capito che era meglio essere il re del tutto, invece che il re del nulla.

E lo capì anche chi lo aveva disegnato, e da quel momento cominciò a disegnarlo con un sorriso che diceva tutto.

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13. La lettera di un assassino

La mia storia mi precede.

Ciò che sono stato, ciò che ho vissuto, ciò che ho fatto, per voi tutto questo viene prima di me e di quello che sono oggi.

Lo so che ho ucciso. Lo so che ho riso. Lo so che ho vissuto in modo sconsiderato. Ma poi ho pagato. Ho pagato con la prigione. Ho pagato con le mie lacrime di pentimento. Ho pagato con la solitudine. Ho pagato e continuo a pagare anche oggi.

Non finirò mai di pagare, anche se non sono più la stessa persona che ha vissuto quello che ha vissuto, anche se non sono più la stessa persona che ha commesso quello che ha commesso.

Dopo aver capito quanto fosse grave quello che avevo fatto, ho cominciato a vivere onestamente, a fare del bene per quanto mi fosse concesso.

Ma voi, quando mi vedete o quando sentite parlare di me, mi giudicate: pensate ancora a fatti successi tanti anni prima, non rendendovi conto che chi avete di fronte è diverso da chi tanti anni prima ha commesso l’atrocità più grande che un essere umano potesse commettere. No, io non sono più quella persona. Per lo Stato italiano, sono libero: ho scontato la mia pena.

Ma voi – voi che andate in chiesa a pregare e poi commettete gli atti più osceni che si possano immaginare -, voi pensate che io non debba mai e poi mai avere pace, fino al mio ultimo giorno di vita. Fine pena, mai. Questa è la vostra sentenza per il mio vissuto personale.

Ma io non sono più la mia storia.

La mia storia è stata raccontata. Dagli altri. Da voi. Persino da me. In modi sempre diversi. Ognuno di voi – e anch’io – l’ha interpretata come meglio credeva. C’è chi ha pensato che fossi un mostro e che continuerò a esserlo.  Qualcuno di voi mi ha persino detto che sono stato coraggioso a fare quello che ho fatto e che lo avrebbe fatto anche lui se avesse avuto un pizzico del mio coraggio. E c’è chi, quando mi guarda, pensa subito al mio passato, senza rendersi conto di tutte le cose belle che sono in grado di fare e vivere oggi. Io la mia storia l’ho cambiata. Cambiate la vostra, ora.

Anzi, dimenticatevi proprio della mia storia.

Dimenticate chi ero. Perché non lo sono più.

Lasciatemi vivere in pace ciò che resta dei miei giorni.

Vivete la vostra, di storia. E cambiatela, finché siete in tempo.

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12. Tempi difficili

“I tempi difficili creano uomini forti, gli uomini forti creano tempi facili. I tempi facili creano uomini deboli, gli uomini deboli creano tempi difficili”, ho letto qualche tempo fa. E mi è tornato in mente quando, dopo aver passato le tre estati precedenti a vendere souvenir al negozietto di un mio zio, mi sono rivolto a mio padre dicendogli:

– «Voglio andare al mare, come tutti gli altri!»

– «Non puoi andarci. Devi venire a lavorare alla cipolla. Adesso hai quattordici anni!» mi dice. E poi, rivolgendosi a mia madre: «E tu non dargli nemmeno mille lire per un gelato!»

Pianti, reazioni forti, ma alla fine capitolo: devo farlo. Devo andare a lavorare per tutta l’estate. Mi alzo alle cinque di mattina. Mi accompagna lui oppure prendo la mia vespa per arrivare al lavoro nel paese confinante con Tropea per le cinque e mezza. Sono il figlio del “padrone”. Ma sono anche l’ultimo degli operai. Devo servire tutti gli altri operai. Mettergli la cassa di cipolla da lavorare, togliere le trecce pronte, gli scarti, le sgambate. Arriva il camion e devo scaricarlo insieme agli altri. Casse da venti chili. Pesanti. Quando c’è la cipolla in partenza finiamo tardi. A volte anche alle sette di sera. Ritorno a casa stanchissimo. Mi metto letteralmente a piangere nella doccia, perché sono davvero troppo stanco. Ma resisto. Voglio anche uscire di sera, vedere gli amici, conoscere ragazze. Posso rientrare alle undici al massimo. Papà non mi concede ritardi. La mattina mi devo rialzare. E ricominciare. La domenica sono libero: posso andare al mare finalmente. Anche se sono a pezzi dopo una settimana di lavoro. Intanto i muscoli cominciano a rinforzarsi, i chili se ne vanno. Cresco, divento più forte. Non mi piace il lavoro, ma lo faccio. Meglio che posso. Comincio a capire come funzionano le cose intorno a me. Do valore ai soldi che ricevo grazie al mio impegno quotidiano. Lavoro alla cipolla per tante estati prima che mio padre mi dica che posso smettere di essere l’ultimo degli operai e che posso occuparmi di altro nell’azienda. In inverno studio, in estate aiuto mio padre. Che mi mantiene agli studi e mi dà da vivere. Mi laureo, prendo la mia strada. Che non è quella di fare l’avvocato o di fare il consulente del lavoro o l’assistente risorse umane. Una delle mie strade è quella di insegnare l’italiano agli stranieri e di continuare a imparare. Perché mi piace, perché ne ho la possibilità e lo voglio. Perché so che tra un evento della vita e l’altro bisogna formarsi, imparare, prepararsi.

Mio padre avrebbe voluto che io facessi il suo lavoro. Ho deciso di no, di non farlo. Ma lo ringrazio per ciò che mi ha insegnato. Lo ringrazierò sempre. Anche quando nel 2019 è morto e l’azienda ha continuato a esistere per un po’ di tempo.

Non avrei saputo gestirla se non mi avesse imposto di lavorare d’estate. Sarei stato debole e mi sarei fatto travolgere dagli eventi, dai debiti e dall’incapacità di reagire. Non l’ho fatto. Mi sono rimboccato le maniche e ho agito, per poi scegliere liberamente di chiudere con onore. Con l’onore che chi mi ha insegnato tanto in questa vita si meritava.

Ecco perché quando leggo quello che ha detto il fondatore di Dubai, Sheikh Rashid – “Non ci sono cammelli per tutti […]. Mio nonno camminava con il cammello, mio padre camminava con il cammello, io cammino in Mercedes, mio figlio va in Land Rover, e mio nipote andrà in giro in Land Rover, ma al mio bisnipote gli toccherà tornare a camminare con il cammello…” –  ringrazio ancora mio padre e tutte le difficoltà che la vita ha posto davanti al mio cammino. Perché mi hanno aiutato e mi aiutano a diventare l’uomo che sono destinato a essere.

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11. Essere umano

C’era una volta un essere che non sapeva di essere umano. Umano era, e non lo sapeva. Perché era umano? Forse perché nel momento in cui si accorse che poteva fermarsi in un posto e vivere del cibo che avrebbe potuto coltivare, cominciò a impigrirsi e a desiderare il cibo, le cose e i piaceri degli altri, nonostante ne avesse a sufficienza. Era un essere che credeva di essere buono, almeno finché non cominciò a far uscire il sangue dal corpo degli altri esseri, suoi simili. Era buono? No, non lo era. Aveva già abbastanza: aveva abbastanza cibo, aveva corpi caldi da abbracciare, aveva tanto altro, ma non si sentiva appagato. Desiderava sempre qualcos’altro. Quando vedeva che altri avevano più di lui, una sensazione inspiegabile gli partiva dalla bocca dello stomaco e gli faceva salire il sangue al cervello. Accecato di rabbia, in un modo o nell’altro, cominciava a perseguitare gli altri, colpevoli solo di aver lavorato un po’ di più per ottenere quello che avevano ottenuto. Li perseguitava fino a che non riusciva a prendersi tutto quello che avevano. Con la violenza. Perché lo faceva? Perché era un essere umano, ma non sapeva di essere umano.

Un giorno, nel suo villaggio arrivò un uomo molto anziano, pieno di rughe, tutto accartocciato su se stesso mentre camminava lentamente tenendo un bastone in mano. Non aveva nulla, tranne la logora tunica che aveva addosso e il suo sorriso. Era un sorriso che faceva venir voglia di sorridere a chiunque si fermasse per un attimo a osservarlo. Uno di quei sorrisi che ricorderesti per sempre se lo vedessi.

L’essere lo vide. Si mise a sorridere, ma non ne capiva il perché. Non capiva perché il vecchio fosse così sorridente e perché anche lui si sentisse diverso. Gli si avvicinò, per scoprire il suo segreto. Come mai quello straniero era così felice, nonostante non avesse nulla, nemmeno una scodella di cibo?

Glielo chiese e attese una risposta. Il vecchio uomo si fermò, si sedette e, dopo una lunga pausa, rispose.

-“Io sono un essere umano che ha capito che la felicità non dipende da ciò che possiedo, ma da come io scelgo di sentirmi”.

-“Cos’è un essere umano?”

-“È un essere pieno di imperfezioni che ha il potere di creare il paradiso… o l’inferno, per se stesso o per gli altri esseri umani che vivono su questa terra. Noi siamo esseri umani, anche tu lo sei”.

E fu in quel momento che l’essere che non sapeva di essere umano capì di essere umano. Non ci è dato sapere se da quel momento cominciò a cambiare, staccandosi dalle cose materiali e donando il suo sorriso agli altri. C’è chi dice che non cambiò per nulla e che continuò a fare del male agli altri esseri viventi. Ma c’è anche chi racconta che da quel momento si mise in viaggio, passando di villaggio in villaggio, a condividere il segreto che aveva scoperto. Fino a diventare anche lui un vecchio accartocciato su se stesso, ma tutto sorridente. Dopotutto era un essere umano: lo sapeva ormai. E aveva la possibilità di scegliere cosa creare su questa terra.

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10. Comunicare meglio

Comunicare meglio, come farlo?

Predicando e puntualizzando, oppure ascoltando e domandando?

Quante prediche abbiamo ricevuto nella nostra vita?

Quante idee non richieste abbiamo ascoltato?

Di quante precisazioni su come avremmo dovuto comportarci siamo stati destinatari?

Sempre più di quelle per noi sopportabili.

Sempre più di quante ne abbiamo ricevute e ascoltate quando eravamo bambini e dovevamo essere corretti quasi per ogni cosa.

Le prediche e le puntualizzazioni, oltre che “Te l’avevo detto io!”, stranamente e irrazionalmente, servono solo a farci trincerare nelle nostre posizioni, anziché farci aprire al fatto che, come diceva Herman Hesse, “Il paradosso dei paradossi è che il contrario del vero è ugualmente vero”. Addolciamo le nostre posizioni, addolciamo le nostre convinzioni, perché è questo che sono: convinzioni!

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